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Dawn
Dusk
Night
Galleria Russo, Roma, 1961;
Galleria del Levante, Edita Broglio, a cura di Carlo Ludovico Raggianti, Milano, 1971;
Galleria La Strozzina Firenze, 1971;
Palazzo Ricci, Edita Broglio: evoluzione dello stile, in Edita Walterowna Broglio, a cura di Giuseppe Appella, Mario Quesada, Anne-Marie Sauzeau Boetti, Macerata, 1991;
Palazzo Bonacquisti, Una profondissima quiete. Francalancia e il ritorno alla figura tra De Chirico e Donghi, a cura di Beatrice Avanzi, Vittorio Sgarbi, Michele Dantini, Assisi 18/5-4/11 2018;
Palazzo Cucchiari Carrara, Il Mare: Mito Storia Natura, a cura di Massimo Bertozzi, Carrara, 2022.
Edita Broglio, catalogo della mostra con un testo di Giorgio De Chirico, Roma, Galleria Russo, 23 gennaio – 1 febbraio 1961, Roma 1961;
Cipriano Efisio Oppo, Edita Broglio, in “Il Globo”, Roma 31 gennaio 1961;
Carlo Ludovico Ragghianti, Edita Broglio, catalogo della mostra a cura di Raffaele Monti e da La Strozzina di Firenze, Galleria del Levante, Milano 1971, n. 33 Meriggio; n.34 Notte; n.35 Alba; n. 36 Occaso; (ripr. Occaso);
Mario Quesada, Edita Broglio: evoluzione dello stile, in Edita Walterowna Broglio, catalogo della mostra a cura di Giuseppe Appella, Mario Quesada, Anne-Marie Sauzeau Boetti, Macerata Palazzo Ricci 15 giugno – 29 settembre 1991, pp. 17 – 20, in part. p. 20;
Anne-Marie Sauzeau Boetti, Edita Walterowna, in ibidem, pp. 21 – 28, in part. p. 21;
Leonardo Mancino, Freschi, chiari valori plastici divorati dal sole, in “La gazzetta del Mezzogiorno”, 12 settembre 1991 (ripr. Le quattro ore del giorno: Mezzogiorno);
Una profondissima quiete. Francalancia e il ritorno alla figura tra De Chirico e Donghi, a cura di Beatrice Avanzi, Vittorio Sgarbi, Michele Dantini, Palazzo Bonacquisti, Assisi, 2018, pagg. 78-79;
Il Mare: Mito Storia Natura. Arte italiana 1860-1940, catalogo della mostra a Palazzo Cucchiari, Carrara, 9 luglio - 30 ottobre 2022. Pag. 163,164,165,166
Quando nel 1957 Giuseppe Ungaretti scrive il testo di presentazione per la mostra personale di Edita Broglio alla Galleria del Vantaggio di Roma, aveva forse presenti Le quattro ore del Giorno, opere paradigmatiche del fare pittura dell’artista lettone – ma italiana d’adozione (1) – nel periodo del secondo dopoguerra, quando, soprattutto dopo la morte del marito, la sua ricerca diventa sempre più serrata e si concentra con maggiore impegno sulla luce e sui mutamenti del colore in relazione ad essa.
In quegli anni di maturità, oltre alle Quattro ore del giorno, Edita dipingeva opere quali Sinfonia cromatica – declinandole nelle versioni: vivace, andante, allegro e moderato (1951) – e A ciel coperto e a ciel sereno (1954). Quadri accomunati dal fatto di essere la medesima inquadratura del soggetto ripetuta più volte, ove, in ciascuna di essa, l’artista indagava in pittura il risultato del cambiamento delle condizione di luce e di atmosfera sul colore.
Sono opere di un’artista matura e unica che, messi in sequenza, danno vita ad un canto. Possiedono un ritmo quasi musicale ed evocano la poesia degli Exercices de style di Raymond Quenau (Gallimard, Paris 1947); sono quadri che costituiscono il coronamento dell’antico sogno dell’artista di carpire i segreti valori della luce e delle sue proprietà fenomeniche, il sogno che, forse, l’aveva spinta in Italia tantissimi anni prima.
La prima esposizione nota delle quattro opere è presso la Galleria Russo di Roma nel gennaio 1961. In quell’occasione sono recensite da Cipriano Efisio Oppo che le descrive come: “…un’armonia modulata secondo il variare della luce, nell’Alba, nel Mezzogiorno e nella Notte” rilevando nei quadri “un aspetto sempre assai poetico insieme che pittorico…”. (2)
E’ interessante l’accenno, posto dal critico e pittore, sull’aspetto poetico dell’opera; è una particolarità dell’arte di Edita che aveva già colto Giuseppe Ungaretti, nel citato testo del 1957. Il grande poeta, aveva definito la sua pittura: “… dove ogni rapporto è preciso, dove ogni oggetto, amato, per averlo esaminato e giudicato in ogni sua minuzia, splende di un colore assoluto. Ne nasce una poesia che disarma i meticolosi, rinfresca gli occhi, appaga i sensi e invita a una contemplazione senza fine, alla serenità della poesia...” (3). In questa breve frase Ungaretti dimostra di conoscere bene Edita: il suo “esaminare e giudicare” gli oggetti in ogni loro minuzia, ovvero la sua pratica dell’arte. Ma dice ancora di più: è la pratica che conduce l’artista all’amore per ciò che dipinge – e non viceversa, come si potrebbe pensare – si direbbe quasi una pratica monastica che attuata, a sua volta, conduce alla poesia. In altre parole: per Edita tutto nasce dalla pittura e non dal soggetto.
Tale pratica del dipingere è ben evidente nel bozzetto de le Quattro ore del giorno: notte, pubblicato nel 1991, in occasione della mostra postuma di Macerata, che chiarisce la modalità di lavoro dell’artista.
In prima istanza è uno studio condotto dal vero e in piccolo formato. Già nel bozzetto ogni elemento del quadro è – sia pure con pennellate più sommarie – precisamente individuato nello spazio. Il digradare delle montagne in lontananza, il caseggiato e la torre campanaria del paese, la nave che si avvicina a vele spiegate all’attracco, le piccole barche ormeggiate o messe in riposo nella rada. Tutto è già lì, in ogni particolare, come lo è anche la scala cromatica della tavolozza. Eppure l’artista vuole di più: vuole il vero “assoluto”, il vero “eterno”, quello che si può raggiungere solamente eliminando ogni elemento contingente – a cominciare dall’elemento umano – e dominando la materia, senza concedere mai nulla alle facili soluzioni; una cosa che si ottiene attraverso l’indagine appassionata della tecnica pittorica, con l’esercizio quotidiano, coadiuvata dallo studio dell’arte del passato.
Non è cosa che si può improvvisare. Sono quadri magistralmente condotti e intensamente meditati; ciascuna opera de Le quattro ore del giorno costituisce il caposaldo di quegli anni, nelle quali ogni cosa – forma, luce, colore – è bilanciata e perfetta in sé stessa come, anche, in relazione alle altre.
Sono il risultato di tutta una vita di studio. Costituiscono la summa di quelle esperienze avviate quasi cinquant’anni prima al fianco del marito, il pittore Mario Broglio, con il quale, insieme ai giovani artisti attivi a Roma negli anni Venti, fondava e animava la rivista «Valori Plastici» (4) e la casa editrice collegata.
Scomparso Broglio, negli anni Cinquanta, Edita, ha definitivamente fatto propria e interiorizzata ogni esperienza passata, da quella del “Realismo Magico” (5), il movimento nell’ambito del quale aveva realizzato tra gli anni Venti e Trenta alcune delle sue opere più incantate, immerse in un’atmosfera di congelante sospensione (la stessa che permea ogni tavola de Le quattro ore del giorno), allo studio condotto sulla pittura degli antichi maestri, quali Giotto, Piero della Francesca e i Trecentisti, riscoperto insieme ai pittori che gravitavano intorno alla rivista. Uno studio condotto in modo via via più radicale e intenso nel corso degli anni Trenta, quando aveva diradato l’attività espositiva (6) e proseguito la sua ricerca con coerenza, dando vita a quella che denominerà la “seconda fase” della sua pittura che, come lei stessa avrà modo di scrivere “....è informata alla necessità di saper distinguere tra parvenza e realtà, rendermi conto come il temperamento, l’estro, la bravura costituiscono elementi ostili, vieti all’arte, la quale esige disciplina, moderazione, ubbidienza, ove conoscere i limiti della materia – per natura ribelle – renderla duttile e canora, perché risponda assoggettata, senza peraltro sacrificare il volume, la tridimensionalità delle cose. Argomenti assillanti, i quali mi hanno insegnato che solo la forma è capace di dare vita al contenuto” (7).
- Giovanna De Feo
Note